CONDOMINIO-CITTÀ E ARCHITETTI DI QUARTIERE Stampa
Scritto da annie   
Domenica 19 Ottobre 2014 09:16

I recenti episodi di crolli di parti del patrimonio pubblico e privato del Comune di Napoli, evidenziano drammaticamente l'assenza di una programmazione seria nella conservazione dei beni della nostra città. Sull'argomento, il ritardo della politica cittadina si unisce ad un'incuria collettiva, dovuta ad una generale de-responsabilizzazione nella cura dei beni comuni e privati. In tal senso, è emblematico che anche l'invocazione ad una custodia più attenta, avvenga solo sull'onda emozionale dell'evento tragico, per ritornare nel dimenticatoio a breve... le solite "pulezzate 'e faccia".

Per questa ragione, qualsiasi intervento nella manutenzione e cura degli spazi della città non avrà mai successo senza il coinvolgimento effettivo -non demagogico- sia dell'amministrazione che delle comunità, nei processi decisionali quanto in quelli attivi. Lo sforzo odierno deve tendere a superare quell'ideale confine che esiste con il bene privato, e rilanciarne una manutenzione attiva, che coinvolga largamente i cittadini in quanto comproprietari del "condominio-città".

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È forse il tempo di iniziare a progettare dei DPC, dispositivi di protezione collettiva, in grado di salvaguardare la vita del patrimonio edilizio cittadino, attraverso programmi di manutenzione quotidiana e periodica. Alcune piste di lavoro in tale direzioni possono essere: la figura dell'architetto di quartiere, già presente in altre realtà a livello europeo, che potrebbe essere inserito in micro-zone territoriali come delegato di comunità alla verifica dell'edificato locale, e che provveda alla stesura e all'aggiornamento del Libretto del Fabbricato, che a tutt'oggi non è ancora obbligatorio; la costituzione a livello di Municipalità di vere e proprie "case dell'architettura", all'interno delle quali i cittadini possano trovare risposta a domande che riguardino non solo l'edificato in quanto bene privato, ma anche in quanto bene comune condiviso!

In questo senso, le prime "case dell'architettura", in una fase ancora sperimentale, possono divenire gli studi professionali dei tanti architetti e ingegneri attivi sul territorio, che, in una prospettiva di ribaltamento da settore professionale di lusso e per pochi, a open studios event, potranno essere ri-progettati come negozi-uffici, fronte strada, capaci di organizzare programmi di ri-appropriazione di sicurezza urbana e di responsabilità civile, che coinvolgano tutti i cittadini.

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Ultimo aggiornamento Domenica 19 Ottobre 2014 09:26